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tradizione.jpgSimboli Tradizionali - Dalla letteratura romanza la vera base di partenza per la ricerca del Graal - di Lawrence M.F. Sudbury

La letteratura e la saggistica contemporanea pullulano di riferimenti al Santo Graal, spesso riprendendo concetti distorti e raccogliticci su questo grande simbolo. In effetti, però, per comprendere il senso reale del Graal, come ho tentato di fare nel mio “Il Graal è dentro di noi”, è necessario partire dalle radici della sua comparsa nella cultura occidentale, radici che, essenzialmente, sono da ricercarsi nella letteratura romanza tra X e XI secolo. A prima vista, potrebbe sembrare che il filone letterario graaliano si estenda lungo un arco storico pressoché infinito, dalle origini della letteratura occidentale fino ai giorni nostri. In effetti, però, il corpus centrale dei romanzi del Graal si dispiega in un periodo temporalmente molto limitato, sostanzialmente tra il 1180 e il 1240. In questo lasso di tempo, l'esplosione del tema è realmente impressionante, con una quantità notevole di scritti in francese, ma anche in tedesco, inglese, norvegese, italiano e portoghese. Dopo il tredicesimo secolo, le aggiunte al nucleo narrativo originario sono pressoché nulle e si può tranquillamente affermare che il ciclo, come gran parte dei temi medioevali, venga completamente dimenticato, per essere recuperato solo dal movimento romantico all'inizio dell' '8001 . Quando pensiamo al Graal come alla coppa che contenne il sangue di Cristo, in realtà ci riferiamo ad una trilogia metrica di Robert de Boron, composta presumibilmente tra il 1270 e il 1312, di cui solo la prima parte, il Joseph d'Arimathie, e una porzione della seconda, il Merlin, ci sono giunte, e che è, comunque, già tarda rispetto al nucleo narrativo originario. In effetti, della grande proliferazione produttiva tra X e XI secolo, solo pochissimi scritti appaiono essere realmente ‘originali’: la gran parte dei testi sono solo continuazioni o rielaborazioni personali, secondo il costume trobadorico, di alcune opere fondative individuabili, essenzialmente, in pochi testi ben definiti. Di questi, il Conte del Graal Chre(s)tien de Troyes viene normalmente indicato come il vero iniziatore del filone. Scritto in ottonari a rima baciata, dopo il 1180, da Chré(s)tien (Khristianus) de Troyes, poeta attivo tra il 1160 e il 1190, di cui sappiamo solo che, come si ricava dalle sue opere, era originario della Champagne (provenienza attestata anche dai tratti regionali della lingua da lui usata) e che svolse la maggior parte della sua attività alla corte comitale di Troyes per legarsi, da ultimo, a Filippo d'Alsazia conte di Fiandra, cui dedicò la sua opera maggiore (lasciata incompiuta alla morte), il Conte ci racconta del Graal più per quello che non dice che per quello che dice. Nel testo, infatti, che, per altro, non ha, relativamente al periodo di composizione, uno spiccato carattere religioso2, il Graal non è mai chiaramente identificato. Di esso, alla sua prima apparizione nel poema, si dice in realtà solo che è un contenitore e solo nella parte finale del poema, proprio nel punto in cui si interrompe la parte realmente scritta da Chrétien, si specifica: “Il santo Graal conteneva ciò di cui si nutriva il vecchissimo padre del re pescatore, che stava in una camera contigua e che non si nutriva come voi di cibo terreno. Ma ogni volta che veniva offerta un'altra ortata, il santo Graal passava nuovamente per la sala e veniva portato a lui, al vegliardo che si nutriva solo del contenuto del Graal. Eri stato accompagnato lì da Gurnemanz, che ti aveva detto di non far troppe domande. Perciò non avevi chiesto perché la lancia sanguinasse, né che cosa significasse la coppa del Graal, di cui neanche sapevi il nome”3 Dunque, il Graal sarebbe una coppa contenente l'Ostia, una sorta di incrocio tra la patena e il calice eucaristico. Le cose, però, sono meno semplici di quanto possano apparire. In realtà il traduttore, definendo il Graal ‘coppa’, si è lasciato influenzare dall'interpretazione più ricorrente, di derivazione però, come si è detto, posteriore (da Robert di Boron): Chrétien, nel verso sottolineato, parla propriamente di basin e non di coppa e basin in vetero-francese sta a significare ogni sorta di contenitore4, ragion per cui, dovremmo più correttamente parlare di contenitore del Graal o di Graal come contenitore, il che non aggiunge nulla a quanto già sapevamo, se non che il nostro Graal-contenitore, può contenere in sè l'Ostia. La ricerca di significato sull'oggetto Graal subisce dunque, nel momento in cui il più antico scritto che ne tratta non specifica assolutamente la natura oggettuale del nostro oggetto di analisi, una brusca interruzione. Ci viene però in aiuto un dato cronologico e testuale di notevole importanza. Analizzando un altro testo base da cui attingere informazioni ‘originali’, il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, si può notare immediatamente che si tratta di uno scritto posteriore al Conte, quantomeno perché, anche senza ricorrere a prove filologiche e storico-linguistiche, Wolfram cita apertamente Chrétien, dicendo che la sua interpretazione del Graal come ‘contenitore’ è errata. Ciò che più ci interessa è quella che Wolfram definisce come la sua fonte diretta: egli afferma di aver tratto la sua materia (e conseguentemente la sua interpretazione del Graal) da un testo datogli dal suo protettore, Hermann di Turingia, da questi posseduto fin dal 1177. Aggiunge, inoltre, di averlo integrato con le informazioni che gli provenivano dai racconti di un certo Kyot (Guiot?) di Provenza, quasi certamente un trovatore errante di cui non si ha, oggi, alcuna conoscenza (il che ha fatto pensare molti critici contemporanei5 che si trattasse di un semplice artificio letterario che, però, per ragioni che vedremo, non avrebbe molto senso). A sua volta, Kyot avrebbe appreso le sue conoscenze sul Graal da un manoscritto arabo di tale Flegetanis, abbandonato nella biblioteca di Toledo (riconquistata dai cristiani di Alfonso VI nel 10856) . Ora, mettendo insieme i vari passaggi e i riferimenti cronologici fornitici da Wolfram stesso, è chiaro che ci troviamo davanti a una fonte, per quanto indiretta, ben precedente rispetto al Conte. Anche riguardo a Wolfram Von Eschenbach si sa abbastanza poco: nativo della Franconia (c.1170), soggiornò a lungo alla corte del langravio Hermann di Turingia e, a parte qualche poemetto amorosa, resta nella storia della letteratura proprio per il Parzival. Di per sè, la trama di quest'opera, composta da circa 25.000 versi e databile tra il 1200 ed il 1210, ha molti tratti comuni con il Conte: Parzifal, ragazzo ingenuo e rozzo, lascia il castello dove vive protetto dalla madre e, come i cavalieri che ammira e il cui modello segue, impara a essere riservato e a tacere. Ma deve imparare anche ad andare oltre le regole dell'educazione cortese e dell'etica cavalleresca e a parlare e interrogare quando il destino lo vuole. Sia la madre prima di partire, sia Gurnemanz, che si è fatto carico della sua educazione cortese, gli hanno raccomandato comportamenti gentili e prudenti, e soprattutto il riserbo. Ma questa educazione mondana, approvata dai suoi simili, non gli gioverà nell'incontro fatale con il Re Pescatore Anfortas. Parzifal giunge, guidato dal suo cavallo che procede a briglie sciolte, al palazzo del re, che è ferito, con una piaga sempre aperta, simbolo del peccato carnale inconciliabile con la purezza che i guardiani del santo Graal debbono conservare. Anfortas soffre senza speranza, e con lui tutta la corte. Basterebbe che Parzifal facesse una sola domanda, quella ‘vera’, e chiedesse al re cosa lo fa soffrire: la guarigione del re riporterebbe la gioia alla sua corte. Parzifal invece, memore del riserbo cortese, tace, commettendo una colpa fatale di cui, come negli antichi drammi greci, è inconsapevole. Solo dopo molte avventure, umiliandosi e riconoscendo la superiorità della incomprensibile volontà divina che lo ha condannato alla disperazione, Parzifal potrà ritornare al castello del Graal, interrogare Anfortas ed essere, infine, proclamato egli stesso re7. Lasciando da parte il tema, per altro di grande interesse e spesso analizzato in molti saggi8, relativo al discrimine tra perfezione cortese-mondana e perfezione cristiana-mistica e quello, collegato a tale concetto, del processo di elevazione morale dalle tenebre terrene alla luce divina, tipico degli scritti mistici medioevali, temi che, probabilmente, dovevano, nelle intenzioni della riscrittura di Wolfram di elementi precedenti, risultare centrali, i veri nuclei d'interesse per il nostro percorso risiedono, in particolare, nella visione che l'autore tedesco eredita del Graal come di una pietra. Prima di affrontare a fondo l'analisi di questo dato è, però, opportuno cercare di liberare il campo da possibili obiezioni riguardanti la predatazione degli elementi significativi del racconto rispetto alla redazione del poeta francone. Che Wolfram si rifaccia a Chrétien è non solo chiaro dai numerosi riferimenti testuali al suo predecessore, ma, come già accennato, è l'autore stesso a richiamare, seppure in forma negativa, il Conte, sottolineando l'errore interpretativo del poeta francese. Il che, per altro, non stupisce minimamente: in periodo trobadorico l'acquisizione e la reinterpretazione della materia di un altro poeta, lungi dall'essere considerati una sorta di plagio, erano visti come un elemento di pregio, per la capacità di aggiungere un nuovo tassello a un ciclo consolidato9. Perché, dunque, Wolfram avrebbe dovuto accampare altre fonti per il suo racconto? E poi, quali fonti? Prosaicizzando il testo, Wolfram afferma, quasi letteralmente: “Il ben noto maestro Kyot trovò a Toledo, in mezzo ai manoscritti abbandonati, la materia di questa avventura, scritta in caratteri arabi. Prima dovette imparare a decifrare la scrittura (ma non cercò di iniziarsi alla magia nera); fu un gran vantaggio che egli avesse ricevuto il battesimo, perché altrimenti questa storia sarebbe rimasta sconosciuta. Non esiste infatti nessun pagano abbastanza saggio da poterci rivelare la natura del Graal e le sue segrete virtù. Un pagano (arabo), un certo Flegetanis, era molto famoso per il suo sapere. E' lui che scrisse l'avventura del Graal. Il pagano Flegetanis era in grado di predire il declino di ogni stella e il momento del suo ritorno. Esaminando le costellazioni scoprì misteri profondi di cui parlava tremando. Si trattava, diceva, di un oggetto che si chiama il Graal. Ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle. Un gruppo di angeli l'aveva deposto sulla terra e poi era volato via, al di là delle stelle. Da allora solo degli uomini diventati cristiani con il battesimo, puri come angeli, avrebbero dovuto prenderne cura. Così scrisse Flegetanis. Kyot, il saggio, cercò nei libri latini dove mai potesse vivere un popolo abbastanza puro e incline a una vita di rinunce per diventare custode del Graal. Lesse le cronache dei regni di Francia, di Bretagna e d'Irlanda, finchè, in Anjou, trovò quel che cercava.”10 Insomma, ciò che viene scritto dal misterioso pagano Flegetanis deve passare dal filtro di Kyot, il cristiano, per essere poi leggibile per altri cristiani (non dimentichiamoci che siamo in pieno clima crociato!): per quale ragione Wolfram avrebbe dovuto rischiare di depauperare la materia del suo scritto citando come fonte prima un pagano se così non fosse stato realmente? Forse per dare un maggiore prestigio alla sua opera? Ma non sarebbe bastato il riferimento al celeberrimo poema di Chrétien (che oggi definiremmo un vero e proprio best seller dell'epoca)? E ancora: su che basi si fondano le presunzioni critiche riguardanti l'interpretazione di Kyot come ‘artificio letterario’? Essenzialmente sulla impossibilità di avere notizie storiche su questo poeta, ma si tratta di un fatto assolutamente normale: stiamo parlando di un trovatore probabilmente della fine del XII secolo, cioè di un periodo in cui questi cantori, per lo più erranti, erano numerosissimi e solo di pochissimi di essi ci è giunta qualche pur minima notizia storica. Inoltre Kyot (o, più probabilmente, vista la provenienza, Guiot), evidentemente, trattava di materia di provenienza musulmana e molto difficilmente sarebbe potuto passare indenne dalle maglie inquisitoriali, sia nel periodo immediatamente successivo alla sua presunta produzione sia, soprattutto, in periodi posteriori di roghi di libri e ‘damnationes memoriae’. Infine, senza un ponte reale con civiltà extraeuropee, in che modo avrebbe potuto Wolfram inserire così vasti riferimenti al mondo orientale? Ezio Albrile, recensendo un testo di Giuseppe Acerbi, scrive: “Chiunque legga con occhio filologico il Parzival di Wolfram von Eschenbach non può non notare infatti le fortissime affinità con il mondo iranico pre-islamico”11. A sua volta Robert Graham menziona elementi di parallelismo tra i riferimenti storici del Von Eschembach e la Tavola Solare etiopica, lo Jamshid persiano e addirittura il Cridavena, il paradiso hindu12. Riferimenti di questo tipo sarebbero stati davvero impossibili per un cavaliere tedesco di inizio 1200, a meno di non pensare, come Lincoln, Baigent e Leigh13, a una supposta affiliazione di Wolfram ai Templari (largamente citati nel Parzival), cioè all'Ordine monastico-cavaleresco che sarà il vero trait-d'union culturale tra medioriente e occidente. É un'ipotesi suggestiva che spiegherebbe, tra l'altro, la spiccata spiritualità di S.Bernardo (estensore della Regola dell'Ordine) che permea tutto il poema di Wolfram. Ma anche in questo caso perché parlare tanto diffusamente dei Templari nel testo e poi negarne una eventuale paternità della materia in oggetto, attribuendola a uno sconosciuto trovatore? Non sembrerebbe una cosa sensata, soprattutto qualora il Von Eschenbach avesse voluto, come appare evidente, scrivere un lungo elogio dei Templari e della loro mistica. Ma concentriamoci sulla definizione di Graal che ci viene data dal Von Eschembach: Una pietra, dunque, semplicemente una pietra, grigia e umile, così come umile deve essere colui che intenda conquistarla14. Naturalmente, però, non si tratta di una pietra qualunque. Wolfram la descrive come: “...una pietra del genere più puro [...] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi”15. E questa non è che una delle sue incredibili caratteristiche: i suoi guardiani, i Templeisen, vivono nutrendosi unicamente della sua energia; solo chi conosce una totale purezza morale può sollevarla e trasportarla e ogni anno il suo potere è rinnovato grazie a un' Ostia consacrata che, durante il Venerdì Santo, una colomba posa su di essa. Più avanti nel poema, Wolfram ci fornisce ulteriori spiegazioni sulla sua origine: si tratterebbe, secondo il poeta tedesco, di un frammento dello smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta. In un primo tempo esso sarebbe stato affidato in custodia agli ‘angeli neutrali’ (quelli, cioè, che nella grande lotta celeste non avevano preso posizione né per Dio né contro di Lui)16, per poi passare nelle mani di Adamo nel Paradiso terrestre17 e, dopo la cacciata di questi, essere consegnato a Titurel, il ‘Re Pescatore’, primo re del Graal, che, coadiuvato dai suoi Templeisen, custodisce la Santa Pietra nel castello di Munsalvaesche18. Come intendere il senso della definizione che Wolfram dà del Graal come ‘Lapis Exillis’? Le interpretazioni sono state numerose e spesso notevolmente discordanti. Di per sé, Lapis Exil(l)is significherebbe ‘pietra sottile’, il che potrebbe essere inteso come ‘piccola pietra’, simbolo di umiltà o come, secondo un successivo utilizzo alchemico del termine, ‘pietra di difficile invenimento’. D'altra parte, tali interpretazioni comporterebbero la caduta della L, che non sarebbe necessaria nella evoliana19 interpretazione di ‘Lapis Exiliìs’, ‘pietra dell'esilio’, ad intendere l'elemento rimanente dopo la cacciata di Adamo (sebbene abbiamo osservato che, dopo la cacciata, durante l'esilio, la pietra non rimane ad Adamo, cioè agli uomini comuni...). L'interpretazione più diffusa resta comunque quella abbracciata anche dal grande René Guenon20 che intende ‘Lapis Exiliis’ come crasi di ‘Lapis Ex-Coelis’, ‘pietra del cielo’, sia in quanto caduta dal cielo con Lucifero, sia come ‘chiave di volta’, ‘pietra angolare’ (dunque posta dall'alto) dell'Edificio cristiano, semioticamente assimilabile al Cristo stesso. In realtà, però, osservando oggettivamente questa interpretazione, non si può non avvertire una certa dissonanza. perché, in un apparato fortemente improntato all'esaltazione cristiano-crociata, velare il significato ultimo dell'oggetto della quest con una crasi che lo rende quasi irriconoscibile? E, a maggior ragione, perché farlo quando poi viene inserito all'interno di un apparato in cui si intersecano numerosi riferimenti biblici (dalla caduta di Lucifero all'Ostia consacrata)? Allargando, inoltre, il discorso all'intera opera di Wolfram, questa dissonanza in qualche modo permane. Spesso, leggendo l'intero testo poetico, si ha l'impressione di una sorta di giustapposizione, non sempre perfettamente amalgamata, tra elementi cristiani ed elementi ‘altri’, precedenti, quasi che il poeta tedesco abbia voluto cristianizzare, con una patina di simboli e riferimenti, una materia che (come d'altra parte ci dice egli stesso, raccontandoci delle sue fonti), direttamente o indirettamente (Kyot?), gli era giunta in altra forma, una forma che, per i suoi numerosi addentellati a simboli estranei all'occidente cristianizzato, potremmo tranquillamente sbilanciarci a definire medio-orientale. Di fatto, comunque, sulla base di quanto esposto in precedenza, siamo in grado di definire il Parzival, in virtù delle sue fonti letterarie, la prima vera storia scritta riguardante la tradizione occidentale del Graal, una storia scritta che definisce, qualunque ne sia l'interpretazione possibile, il Graal come una pietra. É da questo punto, dunque, che ogni indagine sul Santo Graal deve proseguire.

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Cfr. Richard Barber, The Holy Grail: Imagination and Belief, Harvard University Press, 2004, passim

2  Come giustamente nota Albert Redfield nel suo Mistery of the Grail, London, Compton, 1998, pgg. 121-123

Cfr. Giovanni Spena Garroni, Le Comte du Graal, Torino, Carrocci, 1981, pag. 98

Cfr. Pierre Rohmer, Dictionaire Philologique Romand, Marseille, Mediterranée, 1992, pag. 267

Ad esempio Ellie Crystal in The Alchemy of Time, N.Y., EAN, 2003

Cfr. Jesus Cantahar, Historia de la Ciudad de Toledo, Toledo, Perineo, 2006, pgg. 154 ss.

7  Cfr. Antenati, citato, passim

Ad esempio Enrico Accarati, L'Etica Cistercense e la Mistica Medioevale, Roma, Theorema, 1998, passim

Cfr. Romano Antonacci, La poesia bassomedioevale, Bari, Laterza, 1988, pgg. 41 ss.

10  Trasposizione tratta da Edmond Bergheaud, Analisi storico-letteraria del Santo Graal, in AA.VV., A la Recherce du Graal, Editions de cremille, Geneve, 1970, pgg. 40-42 , trad. di M. Tomatis

11  Cfr. Ezio Albrile, Arcebi e il Graal, Centro Studi La Runa (http://www.centrostudilaruna.it), 2000

12  Cfr. Robert Graham, From East to West: a Cultural Journey in Middle Ages, Hoffenback, Toronto, 2003, passim

13 Cfr. Lincoln, Baigent e Leigh, Holy Blood, Holy Graal, Milano, Mondadori, 1992

14  Così René Guenon, Simboli della Scienza Sacra, Torino, Adelphi, 1990, pag. 67

15  Parafrasi tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal - Storia di un mito, Aretè, Roma, 1991, pag. 37

16  Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 53 ss.

17  Cfr. Julius Evola, Il Mistero del Graal, Roma, Mediterranee, 1994, pag. 76

18  Cfr. Bergheaud, citato, pgg. 61 ss.

19  Cfr. Evola, citato, pgg. 112 ss.

20  Cfr. Guenon, citato, passim


Data di creazione: 17/10/2007 - 08:43
Ultima modifica: 17/10/2007 - 08:43
Categoria: Simboli Tradizionali
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Collaborano:

Coordinatore scientifico: Lawrence M.F. Sudbury

Collaboratori: Andrea Andreoli, Alberto Bacci, Roberto Grenadi, Alfredo Cannavacciuolo, Luca Rotondi, Centro Ricerche Periplos, Silvano Catelli, Yves Detailly, Ron Kusim, Ricardo Gomez


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